5.09.2019 Certe giornate proprio mi fanno respirare un’aria diversa da quella quotidiana che mi tiene in vita da quando mi sveglio fino a che giunge l’ora di coricarsi. Queste giornate sono diverse e sono così diverse che è un diverso bello, nuovo, sempre piacevole,mai noioso, mai stancante anche se fai il viaggio più palloso …
Divenire
Divenire realtà quando sei bambina e la notte sogni castelli incantati, divenire realtà quando nella notte sorridi e stringi forte il tuo peluche, divenire realtà senza un motivo che ti spinge ad agire, giocare con le mani e le ombre sul muro sentendoti diversa e meravigliosa. La realtà in divenire spezza via le ombre, le …
Come un lampo all’improvviso, sfuggente, caldo, pericolosamente incendiabile nell’aria.
Come una manciata di ossigeno che troppo ti soffoca e poco ti salva dalla morte.
Come un jolly quando giochi a carte ti fa ridere al momento e ti aiuta la sua buffa immagine – poi si gira, di spalle si chiude e strappa il gioco.
Come me all’alba o al tramonto di un nuovo giorno densa di aspettative, spoglia di sicurezze, fragile e immobile, dove pensavo di arrivare quando – camminando – d’improvviso ti ho visto cadere sulle mie scarpe?
Un po’ meno
Forse mi piaccio un po’ meno da quando ho calpestato l’orgoglio. Mi piacevo di più senza nulla addosso e quando i colori mi tremavano nelle mani. Forse mi piaccio un po’ meno da quando respiro e non ci riesco. Ho preteso cambiamenti inaccettabili, ho preteso cieli che nessuno poteva darmi e mi manca sentirne il …
Ogni tanto
Ogni tanto mi capita di fermarmi, qualsiasi cosa io stia facendo – che sia una passeggiata, leggere un libro, ascoltare la musica o scrivere – capita che io mi fermi, all’improvviso il mio sguardo si perde ed è come essere immobile, tutti i pensieri si fanno immagini concrete e mi spaventano, mi scaraventano a terra e cado e mi faccio male. Ultimamente mi capita spesso, forse perché ho sbagliato qualcosa, forse perché sono umana anch’io e sbagliare alla fine non è così sbagliato – ridondante lo so, ma è venuto spontaneo – forse perché quando quelle immagini decidono di essere spolverate da non so chi dentro la mia testa fanno paura e mi fanno sentire un po’ in colpa, talvolta stupida ma anche così maledettamente sensibile. Insomma, non appena cado a terra e il mio corpo tocca ciò che è sotto di me sprofondo ma sono pur sempre immobile, con lo sguardo perso a guardare chissà dove e chissà che cosa di così particolarmente nascosto dentro di me. Tante volte mi sono domandata i perché della fine delle cose, della fine delle persone e della fine di me stessa dentro un foglio bianco di Word, con lo stesso carattere e la stessa grandezza, la stessa musica in loop che però ultimamente sta variando molto, insieme ai miei pensieri più lucidi. Tantissime volte ho provato e ci ho riprovato anche troppo, anche quando non spettava a me, anche quando non era necessario perché era da tempo che quei visi si erano spenti volontariamente per me. Ma va bene così, accettare dicono sia peggio che superare, sempre e comunque in ogni contesto, in ogni interazione, in ogni situazione di vita. Ancora però fatico a crederci e fatico anche a credermi ma soprattutto fatico a credere nelle immagini che mi sono arrivate e che continuano a immobilizzarmi scaraventandomi a terra e facendomi male. Quante metafore a quest’ora, non chiedetemi il motivo perché non conosco risposta e forse le ho perdute insieme a tutte le altre che da qualche mese a questa parte ho provato a darmi, senza riuscirci poi così bene.
Quante volte ho chiesto scusa, ma mai a me stessa, quello proprio non sono mai riuscita a farlo, chissà come mai: di chi è colpa? Non c’è colpa, non c’è vendetta, non c’è giudizio, non c’è rancore, non c’è pentimento, solo un’incessante voglia di riprendere a passeggiare, leggere un libro, ascoltare la musica e scrivere.
Alzarsi da terra è faticoso, quasi quasi mi ero abituata, ma è necessario, è riprendere a volare, è ridisegnare quella riga che sul mio viso si era persa, è vedere quelle immagini ma provare a sorriderci sopra, farle nuotare e piano piano lasciarle libere di andarsene: è sentirsi in pace.
Note stonate
Continuo a oscillare su incessanti pagine bianche
forse perché il bianco in fondo mi piace
forse perché riesco a leggervi attraverso
forse perché respirare è pulito e rigoglioso.
Continuo a ubriacarmi di note stonate, talvolta cattive
forse perché la perfezione non mi appartiene
forse perché ricerco me stessa in quel pugno di accordi
forse perché, o forse no, sono io la nota stonata.
Continuo a interrogarmi sulle incertezze
tese con la [s] sonora ma anche poco certe
forse perché il perché non lo so
forse perché sento muoverle dentro
forse perché suonano talmente bene che è un peccato frenarle.
Continuo a pormi domande
talvolta strane, talvolta curiose e banalmente innocenti
seppure di innocente non ci sia quasi mai nulla
forse perché vedo il sole tramontare troppo veloce
forse perché vorrei svegliarmi altrove
forse accanto a te, forse accanto a miliardi di me.
Continuo, eccome se continuo e il bianco mi piace ancora di più
senza stancarmi di suonarvi stonate
senza respirare male, ubriacandomi , bevendo imperfezione e accordi incerti
senza, perché il senza purifica l’anima e la casa si fa castello
il bianco montagna di ghiaccio sulla quale la chitarra piegherà le sue corde
sulle cui corde svegliarsi da sola – o in compagnia – recherà risposte
senza le quali, inconsciamente, mi ritroverò seduta al solito posto
e continuerò, dondolandomi e bevendo bicchieri stonati di me stessa.
Armi
La rabbia sincera di chi ha perso qualcosa, forse qualcuno, forse solo un cielo terso e nascosto o forse un sorriso finto, forzato, di quelli che tira la pelle agli angoli della bocca, di quelli brutti, che non sanno di nulla.
La voglia primordiale di vincere e lottare, vedere la ruota girare dalla parte giusta, sentirla scoccare dentro, divampare come una fiamma appena sbocciata dall’aria calda è il primo fuoco d’inverno dal quale rinascere nuda, rinascere, senza più nascondere.
Non esserci più, perché esserci stata ha ridotto ferite abbozzate in mari profondi e giudizi ingordi, ombrosi, guinzagli ruvidi, coriandoli di spine.
Blu notte
Ero qui, sono sempre stata io, farmi da padrona, farmi sbagliata, con addosso un’instabile corona, privo di luce uno specchio dietro una piccola grata.
Ero qui, sono sempre stata qui, guardami crescere, talvolta ondeggiare, su onde leggere al di là di questo mare infame, coprirlo, sentirlo, una volta colpirlo con le mani non sarebbe bastato a incollarlo, maledirlo.
Ero qui, sono sempre rimasta intatta, da una maschera di ferro per poco soffocata, lungo un viale di gigli smarriti, ovunque nei vicoli perfino bruciati, sentiti, cuciti, risucchiati, scolpiti.
Ero qui, sempre e solo qui, volgendomi indietro a ricordare il tempo perduto a raggiungere la mia me blu notte, un abito cresciuto, piaciuto, inconsciamente sbattuto. Dove sei ora? Ero qui, ero qui… chiamami ancora
senza risuono, rintocco, pennellate d’aurora.
Giugno passivo
A volte abbiamo bisogno di alcune parole per chiuderci nella nostra pace interiore. Un addio improvviso, un’offesa che non ci aspettavamo o semplicemente uno sguardo che prima bruciava e scioglieva ma che adesso, dopo quelle lettere scandite e scolpite, piano piano comincia a tremare, a sciogliersi nella terra bagnata. Come perdere se stessi in una …
Iperboli di tempo
Cinque minuti ancora, seduti su uno spessore di cemento poco ripido ma abbastanza alto da far venire un lieve sussulto dopo qualche finta di slancio all’indietro. Uscire con il sole, vederlo salire in alto, scaldare la piazza, pronto a farci togliere le giacche e indossare gli occhiali; un sole che fa presto a nascondersi dietro una nuvola grigia, sale e scompare nel giro di quei cinque minuti. Attese brevi e attese più lunghe, come gli ultimi silenzi insieme con i sospiri pesanti tra le ginocchia e gli occhi abbassati a guardare il buio. Cinque minuti ancora, ascoltandosi, prendendosi in giro, arrabbiandosi anche senza dire una parola, perché a volte sono state pungenti, taglienti, vuote, vane, non troppo pensate, hanno fatto male, troppo bene e a volte ossimori insieme.
Cinque minuti ancora, tra una goccia di pioggia e l’altra, acquazzone di risate rubate al tempo tiranno, mischiandosi con le lacrime ormai consumate di questi giorni andati all’aria, persi con le paure, gesti mancati o forse troppo rinati, come gli abbracci sentiti e le mille canzoni ascoltate. Saranno veri questi cinque minuti, saranno un ricordo lontano, piacevolmente spolverabile, curabile, incorniciabile, personale di quei cinque minuti che, ormai passati, si sono spenti senza rimpianti apparenti.
Ed è così che, dopo quei cinque minuti, ci ritroveremo seduti, al solito posto, sentendoci esattamente come non fossero mai passati.
Ore,minuti, secondi… iperboli di tempo.




