Sono cresciuta, il tempo è passato, gli anni sono scorsi sotto i miei piedi senza neanche me ne accorgessi. L’altezza, invece, è rimasta invariata, benché ne dica la gente. «No, non sono più alta, la crescita è finita da un po’», ripetevo di tanto in tanto quando capitava l’occhio più osservatore. Basterebbe il silenzio, ma la battuta fa parte dell’abitudine. Va bene così.
Ho imparato, crescendo, che sono diventata donna e che sono rimasta bambina, almeno per certi aspetti. Come se nella crescita fosse insito l’obbligo di andare avanti pur rimanendo con un piede là, indietro, nei tempi in cui il Motorola rosa che si apriva era il guilty pleasure e il Winnie the Pooh da attaccare ovunque il segno identificativo che anche tu, in mezzo all’uguaglianza di un trend, avevi personalità. Bambina nel modo di pensare alla patinata realtà che non esiste, in quel grande classico sogno in stile Barbie o nella stanza di Hannah Montana. Pane, Disney Channel, pizza e Sex and the City: tutto insieme, tutto ancora perfettamente abitabile dentro di me.
Ne è passato, di tempo, ne passerà ancora, di tempo, ma è come se dentro tutto questo passare ci sia sempre qualcosa che non riesce a spostarsi, non ha la capacità di muoversi, pur essendo perfettamente capace di farlo. La mente? Gli occhi? L’attaccamento a qualcosa che prima o poi svanirà?
«È la paura di lasciare andare» – sussurra da mesi la stessa vocina asmr che mi aiuta a dormire, ma non questa volta. E se fosse l’ansia? C’è stata anche quella, quando al posto di sonni profondi e sedute di lavoro al pc o pre-palestra, faceva sentire un peso allo stomaco inspiegabile, una stretta da vuoto montagne russe mai provata prima. «Sì, decisamente ansia», ripeteva in loop, per poi lasciare spazio alla paura. Ma di cosa, esattamente?
È capitato, capita ancora che sono cresciuta, soprattutto adesso che sono cresciuta. Riesco a dare forma alle paure più di quanto non facessi da bambina, o forse è come lo facevo ai tempi, solo in forma più consistente. Un po’ come quando scendevi dal letto e guardavi se sotto c’era qualcuno, o quando accendevi tutte le luci della casa mentre passavi da una stanza all’altra: i mostri, i fantasmi, le strane presenze. Oggi si chiamano assenze, vuoti d’aria, proiezioni di un futuro che sarà e che non vorresti, ma sarà. Funziona così, il cervello, funziona così, l’inconscio, che poi se ci penso bene è la realtà, ma è noioso starle dietro, perché è meglio l’evasione.
Dicono sia normale, che la paura di perdere qualcuno o perdere soltanto faccia parte del pacchettino che la vita ti poggia tra le mani senza che tu l’abbia chiesto. La paura, quella che ho io adesso mentre scrivo di me in prima e in terza persona o in mille persone diverse perché non so vivere in una singolarità: ho paura di vedere le cose cambiare, di vedere le persone invecchiare, di dovere accettare le assenze che saranno mentre ancora oggi gestisco, inciampando, quelle che già sono. Assurdo pensarci adesso, no? Ma non sono mai stata capace di mettere in pausa le cose, i pensieri, le emozioni, le faccende e le idee creative. Una sessione di brainstorming dentro la mia testa non è sempre una buona idea: il rischio burnout personale è sempre dietro l’angolo…e dentro i fiori di Bach che ho fatto scadere sul comodino. Al loro posto, ogni inizio mese o quasi, c’è il palo santo a ripetermi le affermazioni che vorrei, quelle che dentro la mia testa si sono già avverate, quelle che già di fatto sono. Wake up, it’s the first of the month.
«Ok, ma quindi di cosa hai paura?»
C’è sempre una pausa dopo questa domanda, c’è quel rumore sottile che fa il silenzio quando non sa che cosa fare e da che parte fuggire. Una specie di fruscio che tenta di incanalarsi tra gli angoli della stanza o tra le pieghe che fa il viso quando fa una smorfia. Capita sempre, quando c’è bisogno di concretezza, come quando, al limite della mente, sorrido a 32 denti mentre gli occhi si illuminano. Si chiama necessità, quel tipo di sopravvivenza a cui aggrapparsi per non sembrare sempre l’ombra nera della situazione. E chissenefrega, purché sia autentico. Eccome se lo è, lo è tutte le volte che mi proietto in avanti e immagino a come sarà la mia vita e a come non sarà più allo stesso tempo: un buon segno, perché significa vedere il tempo scorrere e non fermarsi prima, per qualche destino crudele. Ma vale per tutti coloro che finora hanno abitato la mia pelle, i punti fermi, le certezze, tutto l’amore del mondo che ho imparato a conoscere e, spero, a trasmettere.
Insomma, l’ansia e la paura passano anche da qui: contenta?
Sono cresciuta, sono cambiata, sono volata in posti e volerò in altrettanti occhi buoni che mi scrutano e non giudicano. Nei miei si perdono, io mi perdo, cercando di trovare le risposte che cerco da quando sono bambina, da quando sono adulta. L’idea della perdita, il concetto astratto della carriera, quello dei soldi e della vita in generale, del rumore che fanno le onde e del timer sul cronometro o del disco da 20kg che cade. La cuffia che si inceppa, la mano di mia mamma, l’odore di ciambella, l’amore in tutte le sue forme. Crescere insieme, crescere in mezzo a un libro, crescere ascoltando le stesse canzoni ininterrottamente, scattare sempre la stessa foto al guinzaglio, alla luna che cambia forma ma è sempre bellissima, allo specchio e agli occhi. Non basta un mondo per capire quanto effettivamente ci sia di diverso dentro di me, ed è vero che dentro in lungo e in largo a 180cm di cose ce ne stanno.
«Basta che stai tranquilla» – poche parole, ma sufficienti alla calma apparente, alla calma del hic et nunc. Le certezze si misurano in battiti, ma da mio babbo ho preso la bradicardia: è un buon segno? È comunque qualcosa che suona e si muove, qualcosa che resta.
In fondo sono qua, con la sensazione di essere piena del vuoto o vuota del troppo pieno: sono cresciuta, mi sono fatta trasparente, mi sono dipinta dei Pantone dell’anno, ho rispolverato colori che anni fa non avrei mai indossato, vorrei un altro tatuaggio, sono diventata spugna, orecchio assoluto, foglio di carta su cui scrivere un’altra storia, una porta, una cicatrice, ancora, un cassetto che si incastra, la curiosità, l’ansia e la costanza, la caparbietà velenosa, la stessa corsa, la consapevolezza nuova, l’anima che galleggia, quella ostinata caricatura che è essere abbastanza.
O uno e ottanta.
