Parole pensierose

Tramonto

Tramonto. Il cielo cominciava a colorarsi di sottili righe sfumate, dall’arancione al rosso vivo, fino a toccare la stessa linea di confine con il mare; azzurro tendente al blu, uniti, fusi insieme tra onde e nuvole abbagliate.

Silenzio. Potevo sentire solo il rumore dell’acqua che – lenta – si poggiava sugli scogli bassi, con tenera forza, come per accarezzarli e rassicurarli che la nottata sarebbe stata tranquilla.

C’era un leggero venticello, ma non faceva freddo; il vestito lungo mi lasciava scoperta solo la schiena, con un piccolo nodo intorno alla vita, ammorbidito dai colori estivi, assecondato dalla linea dei fianchi.

Musica. Come in un dipinto parlante, partirono note delle più disparate canzoni, mi facevano sentire parte di un altro mondo, forse disegnato da un osservatore lontano, forse disegnato dalla mia mente in un momento di stasi psicologica, quando mi addormentai al pomeriggio.

Quelle note mi coprivano il viso, avevo gli occhi chiusi, sentivo il respiro profondo insieme ai capelli sciolti, un po’ umidi dalla doccia, si muovevano al ritmo delle onde, senza proferire alcun suono.

Tutto era armonizzato alla perfezione. Sulle note di una canzone che non conoscevo, cominciai a pensare al cielo e ai suoi colori, cominciai a percepirne la consistenza, la costante distanza, la profumata realtà che ci circonda e che, in quel momento, stava circondando anche me.

Ore. Non ricordo quanto tempo passò dall’ascesa su quel punto medio di tramonto; alcune voci, ombre alle spalle di vecchi signori intenti ad accendere la luce dei loro sogni, la sabbia che si ritira, la mia testa che mi chiama, la figura che divampa, si alza e molto presto si dimentica di profumarsi il ricordo in fantasia.

Mesi. Passarono mesi da quel momento, la luna tentava di ricoprirmi le braccia e faceva più freddo del solito. Parvero mesi infiniti, in ginocchio, smarriti. Parvero secondi spezzati, dal sole bruciati, dal sale annegati, da quell’ultimo sorso di bicchieri aromatizzati.

Rumore. Venti minuti o poco meno di rumori ad alto volume, un po’ come se il silenzio dell’acqua dolce sugli scogli si fosse dimenticata di me e del mio piccolo nodo intorno alla vita, non più morbido, di estivi colori vestito, ma – al contrario – pronto a rendersi invisibile.

Celeste. A quel rumore così alto si aggiunse una lenta e lunga seta celeste, delicatamente attorcigliata su cerchi più scuri, su un manto nero, sottile, perfettamente incorniciato era il cuore. Sembrava infinito, ma fu breve quanto un balzo in avanti: la destinazione davanti al buio, una luna addormentata e di nuovo il silenzio.

Spalle. Giunsi così verso la salvezza del mio debole manto, pronta a girarmi per sempre, pronta – infine – a redimermi da quel punto medio di tramonto. Era come asciugarsi dopo un bagno notturno, senza toccare il fondo ma guardando avanti verso l’infinito buio che stava accogliendo proprio me.

Consapevolezza. Slegata dai rumori, dai silenzi notturni, dal sale sciolto, dai profumi aromatizzati e dai nodi stretti in vita o dalla seta celeste, raggiunsi la mia consapevolezza: c’ero solo io. Stetti qualche minuto a guardare in alto il cielo, faticavo a scorgerne i colori – era così nero – ma faticavo anche a disegnarmi con la punta delle dita, mentre dondolavo su ciottoli friabili e poco stabili.

Chiudere. Non ero riuscita a completare il disegno che avrei voluto vedere finito. Non ero riuscita a specchiarmi, ma di notte sentii piovere sulla seta, sentii i colori estivi sbavarsi uno sull’altro in un grande arcobaleno di luna e di stelle, di aromi e di rumori, di singhiozzi e di sale. Sentii la luce dei sogni di quei vecchi signori, riuscii a sentirmi le spalle, contai le ore e i mesi passati.

Chiusa la porta, mi tolsi i vestiti e, con i capelli raccolti, provai a pensare al momento più bello lasciato a impronta sulla pelle.

Tramonto. Ero da sola, alla fine dei conti, sono sempre stata lì ed ero sola, in preda a inconsce meraviglie mentali, libera di essere chiunque e qualsiasi altra cosa potesse mai ricavare da me dolci macchie di colore – o perché no – imperfette note di fragilità.

Sogno: che ore sono?

 

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