Era abitudine, realtà sfumata

Ormai l’abitudine aveva superato la realtà; tornando a casa ero lenta e, non casualmente, ero più lenta del solito. Forse l’inconscio stava prendendo il sopravvento sulla parte razionale della mia testa, spingeva come un macigno sul petto e mi ricordava che dovevo rallentare, nonostante il caldo atroce all’ombra, io dovevo rallentare.

La via si faceva sempre più lunga, le vetrine dei negozi che conoscevo a memoria, quasi mi sorridevano; ricordavo perfettamente ogni singolo oggetto esposto, potevo sentirne il profumo stando fuori, potevo coprirmi gli occhi e camminare, senza minimamente sbandare. Dovevo andare piano, dovevo rallentare.

La realtà continuava a sfumarmi tra le mani, erano venti minuti che girovagavo, allungando la strada; scoprivo strade nuove, mi perdevo tra le parole dei ragazzi e delle ragazze felici, sentivo fame vedendo un pezzo di pizza appena sfornato o mi saliva il desiderio di entrare da qualche parte, ascoltando della musica.

Tutto pareva più interessante dell’immagine della soglia che mi aspettava e dietro la quale l’ignoto nascosto mi avrebbe presa d’assalto. Non volevo superare quel limite, la realtà era più bella sfumata tra le dita, i negozi che mi sorridevano erano più forti di quella porta e dentro le cuffie viola i bassi tuonavano facendomi sentire viva.

Arrivata in un punto della città mentale che più amavo, mi sedetti: ero ferma, lontana e allo stesso tempo vicina, ma ferma. Un piccolo punto di realtà invisibile e continuavo a starmene ferma, seduta su un colore grigio, lo stesso che da settimane colorava la mia personalità.

– Il grigio, che colore ambiguo, né bianco né nero, una via di mezzo insulsa che ancora adesso che batto le dita su una tastiera (grigia anch’essa), fatico a concretizzare in qualcosa di significativo. –

Non mi dispiaceva passare ore in quel punto, era diventata abitudine, la sopportavo bene o forse avevo accettato di sopportarla, per non pensare che quella soglia scura, prima o poi, avrei dovuto oltrepassarla. Dentro le cuffie scorrevano melodie che parevano essersi messe d’accordo con le sagome che vedevo passare davanti ai miei occhi: come in un sogno o in un videoclip, le scarpe di decine di sconosciuti toccavano l’asfalto rovente a ritmo di musica. Sorrido, scatto una foto, mi appunto qualcosa; la musica può farmi rinascere.

Ed era così che passava il tempo, inesorabile e impaziente di ritirarsi tra le pieghe del cielo blu, scottato da un sole pieno e rigoglioso, come quei fiori che ho visto nascere proprio tra le fessure del muro che mi stava reggendo, che mi stava, in un certo senso, proteggendo.

Un tempo tiranno, un tempo che si fatica a vedere con chiarezza e con la lucidità che, ogni mattina, ti prometti di mantenere salda per poter attraversare un’altra volta la città.

Si faceva sempre così tardi e me ne stavo lì, seduta, ascoltando la musica, percependo il labiale degli sconosciuti accanto a me: una birra, due birre, una sigaretta accesa, qualche risata, un abbraccio e lentamente cominciavano a dissolversi come sabbia in mezzo alle onde del mare. Era tutto così chiaro, ormai l’abitudine di quella realtà si era fatta veramente realtà; dovevo rallentare e rallentavo davvero; dovevo allungare la strada, il mio inconscio voleva questo e io la allungavo davvero e stavo bene così, rallentata.

Il pensiero della soglia si faceva sempre più nitido e nonostante gli sforzi incessanti di sfumarmi la vista, di disperdere i ricordi tra una cicatrice di città e l’altra, sapevo che c’era lei, lì, ad aspettare di essere oltrepassata.

Era strano trovarsi nel bel mezzo di un silenzio assordante dentro le mie stesse cuffie viola; era così strano che era un’abitudine di cui non potevo fare a meno. Qualche messaggio, qualche condivisione di sentimenti sparsi, la voglia di mangiare qualcosa, il non volere, il non sapere assolutamente nulla.

Non volevo più essere l’ombra di una piazza, non volevo più assecondare pensieri provenienti ora da destra, ora da sinistra; non volevo più sentirmi abituata a una salita colma e straripante di cose fuori posto: dovevo varcare la soglia.

La destinazione era sotto i miei piedi, davanti al mio naso, il cuore in un polso, nell’altro, nebulosa di ossigeno.

Ero divisa in mille parti, ero sparsa in lungo e in largo dentro la città eterna, dentro quello spazio infimo in cui crescono fiori, aldilà della soglia l’ignoto mi avrebbe fatta sentire, ancora una volta, appesa a un filo spezzato.

La attraverso. Ho superato la soglia: “dove mi trovo?” – chiesi agli scorci di parete che mi dividevano a metà dentro un quadrato soffocante – ma sapevo che non avrei ricevuto risposta, era così da settimane; ero da sola dentro quella geometria diventata asettica, calda, vuota di tutto.

Le mille parti di me mi risuonavano nella testa proprio come le canzoni che ero solita ascoltare, proprio come i passi delle persone a ritmo di musica, proprio come le birre e le sigarette che avevo visto accanto a me, come il sole che si ritrae nelle pieghe del cielo, come il colore dei negozi e i loro profumi, come la strada allungata, come il sapore di cibo, le risate sincere, proprio come la mia ombra incalzante tra le vie della città eterna.

Ecco perché, in quel momento, chiusi gli occhi e, senza dire una parola, mi ritrovai dentro il grigio abitudinario, dentro quella fessura invisibile in cui ho visto nascere un nuovo fiore.

Oggi, quel fiore, lo porto nel cuore. Oggi, quel fiore è l’abitudine di sentirsi sfumati, di vedere il mondo da mille prospettive, di ricongiungersi con quelle che sono, in fondo, le mie realtà.

La soglia, ormai, l’ho dimenticata per sempre.

 

(forse continua)

Marta Mancosu

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