Docile domenica di mesi passati

Generalmente non mi ritrovo a scrivere su pagine bianche latte e teneramente rigate; dopo tutto, il rumore dei tasti mi accompagna da così tanto tempo che ci ho fatto una strana abitudine, come se ogni volta, allontanandomi da loro, la consistenza dei tasti ritornasse a premermi sui polpastrelli e subito faccio un passo indietro, aprendo il laptop argentato.

Erano giorni in cui vedevo entrare la luce attraverso i vetri di casa, provavo a respirare profondamente tutti i rumori attorno con un senso di tristezza acutamente scolpito addosso, mi sentivo parte di un gioco a cui, onestamente, penso di non avere mai imparato a giocare.

Sentivo che il tempo passava dalla domenica, la stessa che – da che ne ho memoria – arriva sempre senza farsi sentire e rimane per essere ricordata il giorno più brutto della settimana. “Di quale settimana parli?” – mi chiese la parete arancione – ancora prima di dimenticarsi che anche lei non riusciva più a contare i giorni in cui addormentarmi era per me semplice e veloce, rispetto ai giorni in cui, al contrario, restavo sveglia a fissare l’azzurro del soffitto.

“La settimana del sole d’aprile o del meriggio primaverile offuscato” – risposi senza troppe esitazioni. Era incredibile come le parole riuscissero ancora a decifrarmi il corpo, sentivo la consistenza della domenica prima su tutta la testa e cosparsa lungo i capelli lavati la sera prima; poi, lentamente, i sensi parevano intrecciarsi così forti da non lasciarmi libero il respiro: caramella per la gola.

Le giornate parlavano da sole, mentre io aspettavo il momento giusto per parlare con te che, da troppi orologi, lasciasti appeso qualcosa da concludere o qualcosa da sistemarmi addosso.

Ricordo di averti sognato entrare, spostandomi i capelli dietro il collo, fingendoti capace di ritrovarmi uguale, fingendomi capace di non provare più nulla.

Era come se tutto il mondo si fosse fermato al tuo arrivo; la tua camicia appena slacciata riprendeva il colore delle scarpe, così come i jeans poco arrotolati sembravano addirittura stirati. Ritornai alla finestra, sapevo che saresti arrivato a parlarmi, sapevo che quello stesso sole mi avrebbe illuminata del cielo senza concedermi la possibilità di costruire una stazione celeste sopra di lui. Sapevo (e non lo dimentico) che mi avresti accarezzata piano, dolcemente, come se nulla fosse mai successo.

Sentivo i profumi divampare nella stanza, sciogliersi i colori, bruciarsi le candele al sole, mentre tu mi guardavi dal fondo della stanza, come se nulla fosse, come se avessi paura di pronunciare qualcosa. Fino a quel momento ero stata capace di elaborare strane metafore simboliche dentro la fantasia della mente, sapevo bene che nonostante la stranezza del momento che stavo vivendo, c’era un barlume di lucidità in me, lo percepivo stanco, ma lo percepivo costantemente.

Parlare, voltare guancia sul lato più morbido del cuscino, aspettando ansiosa che dal fondo della stanza potessi fare uno o due passi in più, mostrandomi il tuo lato migliore, quello che hai sempre reputato il più forte, il più magico.

“Pensi davvero di continuare così?” – sussurrava un lieve fiato invisibile – “Pensi davvero di continuare così?” – e non smetteva di oscillare, come un pendolo del tempo.

Dentro la stanza non c’erano più confini, in una manciata di secondi quella domanda ribaltò le rifiniture che con tanta dedizione avevo cucito, insieme al vento, insieme al fiore fuori, insieme alle mani che sognavo di notte.

“Pensi davvero di continuare così?” – continuava, senza freno, senza tregua, ripetendo cinque parole scandite a ritmo conciso. Presto mi resi conto che non eri tu; tu te ne stavi nel fondo della stanza ormai liquefatta, immobile, di pietra, con le tue bianche scarpe e la camicia slacciata. Tu, nel buio incontrollato, eri stato appeso all’angolo, senza alcuna possibilità di muoverti.

Non sapevo a chi dare ascolto, non sapevo chi mi stesse sussurrando quella frase interrogativa, non ero più capace di distogliere fantasia da realtà, non potevo più farlo, era incontrollabile: era decisamente illusione. Lo era?

“Pensi davvero di continuare così?” – non potevo più sentirlo, non avrei resistito a un’altra domanda uguale; probabilmente le mie capacità di resistenza intellettuale e psicofisica mi avrebbero abbandonata da lì a poco, mentre tu, letteralmente accasciato all’angolo, iniziavi a scomparire nel buio della mia stanza-non stanza.

“Perché sei venuto fino a qua?” – pensava la mia realtà distorta, mentre i miei occhi ti stavano effettivamente addosso come un fucile puntato. “Perché hai dovuto fare questa strada?” e disincantata ancora: “Cosa speravi di ottenere? Non vedi che cosa hai scatenato?”. Tregua.

Durò poco; ancora non riuscivo a capacitarmi quale fosse la provenienza di quella voce sottile dentro la stanza. Ancora, immobile, stavo nel bel mezzo di un quadro surrealista e da lì a poco avrei sicuramente incontrato Dalì o qualche altra personalità, magari con al polso un orologio liquefatto, proprio come la stanza che stavo vivendo.

Avessi potuto avrei riavvolto il nastro della giornata, ritornando a colorarmi con il sole attraverso la finestra, disegnando le ombre direttamente sul vetro, sforzandomi – ancora una volta – di assecondare la domenica di sempre.

No. Tutto questo non fu possibile; tutto questo, per colpa tua, non fu proprio più possibile. Pensavo che la tua comparsa insieme al tuo ritorno, potessero essere le fasi conclusive di un cerchio lasciato aperto troppo a lungo; pensavo – ingenuamente – che una volta toccate le pareti della mia stanza sbavata, il tuo profumo avrebbe invaso la mia pelle come l’inchiostro pressato da un ago quando, tutto in un fiato, sai disegnarti qualcosa di indelebile.

Mi ritrovavo inerme, seduta sulle mie lenzuola preferite, sentendomi pacificamente inutile in una circostanza ai limiti del paradosso: pena per contrappasso? Inferno dantesco? Incantesimo malvagio?

Ho pensato che il sogno si fosse tramutato in incubo quando, sentendoti arrivare, il caldo del vapore iniziava a sciogliere le pareti. “Pensi davvero di continuare così?” – ancora, ancora e ancora sulle tempie un brusio sottile e potente come un’iperbole poetica appena scandita dalla penna sopraffina del mio autore preferito, o forse ero io, o forse eri tu, che non riuscivi più a respirare.

Non potendo muovermi provavo a gestire l’ansia di sollievo stando seduta sul mio letto, interpretando le sfumature che si stavano venendo a creare in quella bolla di liquefazione che era diventata la mia stanza della vita. C’eri ancora, lentamente tentavi di spogliarti dei vestiti spugnosi e sciolti tra azzurro cielo, arancione e una tavolozza di tempere infantili; c’eri ancora, la camicia slacciata non più bianca, tappezzata sul petto come fosse vetro sciolto.

Bloccata, senza uscita, provavo invano a ritrovare la via di fuga da quelle frasi che sicure mi ripetevano: “Pensi davvero di continuare così?”, senza sosta, senza forza ma con una potenza tale da farmi vibrare le corde dell’anima in un batter di ciglia, prima di vederle sciolte sulle guance.

Tu te ne stavi lì, incapace di reagire, volendo farlo ma non riuscendoci; non sentivo più la tua voce, sebbene tu non avessi mai parlato era come se fossi stato li mesi sussurrandomi all’orecchio chi fossi realmente, quale parte di me avresti colorato per ultima.

Vedevo sciogliersi tutto, la pelle e le scarpe, lo strappo dei jeans, l’essenza dal collo, la mano tesa verso di me. Vedevo tutto il mio sogno distruggersi ed era suprema vanità per il mio corpo era, sinceramente, risultato di una perfezione cercata.

La stanza era diventata un intruglio insensato di colori e di forme, di profumi e di corde, un ingarbugliarsi di pensieri e di un sole che, fermo, provava a sbattersi contro la finestra per entrare provando a rapirmi.

“Davvero pensi di continuare così?” – duecento, mille volte – pensavo di avere toccato il fondo della stanza, ero riuscita a scendere dal letto e, scivolando tra il legno, ho allungato il braccio verso di te per raccogliere ciò che avevi lasciato, ciò che mi avevi lasciato.

Mi resi conto, alla fine, che quella dannata domanda ero io ad averla fatta nascere; la mia testa si è presa gioco di me, si è ribellata dalla mia costante ricerca di stabilità, finendo per soffocare il mio posto nel mondo, soffocando anche te.

“Guarda che cosa ti ho fatto” – mi ripetevo incredula, mentre appoggiando una guancia al bianco che lasciasti, ritornavo ad annusarti le labbra, sciogliendomi con te, capendo che non potevo continuare così.

Marta Mancosu

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