Parole pensierose

Come un lampo all’improvviso, sfuggente, caldo, pericolosamente incendiabile nell’aria.

Come una manciata di ossigeno che troppo ti soffoca e poco ti salva dalla morte.

Come un jolly quando giochi a carte ti fa ridere al momento e ti aiuta la sua buffa immagine – poi si gira, di spalle si chiude e strappa il gioco.

Come me all’alba o al tramonto di un nuovo giorno densa di aspettative, spoglia di sicurezze, fragile e immobile, dove pensavo di arrivare quando – camminando – d’improvviso ti ho visto cadere sulle mie scarpe?

Parole pensierose

Ogni tanto

Ogni tanto mi capita di fermarmi, qualsiasi cosa io stia facendo – che sia una passeggiata, leggere un libro, ascoltare la musica o scrivere – capita che io mi fermi, all’improvviso il mio sguardo si perde ed è come essere immobile, tutti i pensieri si fanno immagini concrete e mi spaventano, mi scaraventano a terra e cado e mi faccio male. Ultimamente mi capita spesso, forse perché ho sbagliato qualcosa, forse perché sono umana anch’io e sbagliare alla fine non è così sbagliato – ridondante lo so, ma è venuto spontaneo – forse perché quando quelle immagini decidono di essere spolverate da non so chi dentro la mia testa fanno paura e mi fanno sentire un po’ in colpa, talvolta stupida ma anche così maledettamente sensibile. Insomma, non appena cado a terra e il mio corpo tocca ciò che è sotto di me sprofondo ma sono pur sempre immobile, con lo sguardo perso a guardare chissà dove e chissà che cosa di così particolarmente nascosto dentro di me. Tante volte mi sono domandata i perché della fine delle cose, della fine delle persone e della fine di me stessa dentro un foglio bianco di Word, con lo stesso carattere e la stessa grandezza, la stessa musica in loop che però ultimamente sta variando molto, insieme ai miei pensieri più lucidi. Tantissime volte ho provato e ci ho riprovato anche troppo, anche quando non spettava a me, anche quando non era necessario perché era da tempo che quei visi si erano spenti volontariamente per me. Ma va bene così, accettare dicono sia peggio che superare, sempre e comunque in ogni contesto, in ogni interazione, in ogni situazione di vita. Ancora però fatico a crederci e fatico anche a credermi ma soprattutto fatico a credere nelle immagini che mi sono arrivate e che continuano a immobilizzarmi scaraventandomi a terra e facendomi male. Quante metafore a quest’ora, non chiedetemi il motivo perché non conosco risposta e forse le ho perdute insieme a tutte le altre che da qualche mese a questa parte ho provato a darmi, senza riuscirci poi così bene.
Quante volte ho chiesto scusa, ma mai a me stessa, quello proprio non sono mai riuscita a farlo, chissà come mai: di chi è colpa? Non c’è colpa, non c’è vendetta, non c’è giudizio, non c’è rancore, non c’è pentimento, solo un’incessante voglia di riprendere a passeggiare, leggere un libro, ascoltare la musica e scrivere.
Alzarsi da terra è faticoso, quasi quasi mi ero abituata, ma è necessario, è riprendere a volare, è ridisegnare quella riga che sul mio viso si era persa, è vedere quelle immagini ma provare a sorriderci sopra, farle nuotare e piano piano lasciarle libere di andarsene: è sentirsi in pace.